Luglio 1982

La partenza per il CAR a Cuneo caserma Ignazio Vian sotto un caldo infernale, poi il trasferimento a Susa nel temuto gruppo “Pinerolo”. Diario di dodici mesi intensi che hanno segnato una generazione.
Un brivido mi corre ancora lungo la schiena se ripenso al giorno del giuramento: stavamo eseguendo il movimento del “pied-arm” quando il mio compagno di fila, per una tragica disattenzione, si infilzò la mano con la baionetta del vicino, svenendo a terra davanti a tutti. Un battesimo del fuoco che non dimenticherò mai.
Pochi giorni dopo arrivò il momento più temuto: l’assegnazione al corpo. Il destino volle per me il gruppo “Pinerolo” di stanza a Susa, un reparto d’artiglieria che godeva di una nomea severissima, temuto da ogni recluta. La fortuna, però, mi tese la mano: venni inserito nella compagnia dei servizi e destinato alle cucine.
Ma la naja, anche dietro ai fornelli, sa essere dura. Lo capii durante i campi estivi in alta quota. In due fummo aggregati alla 7ª compagnia, un reparto operativo capitanato dal Tenente Rondano. Un uomo d’altri tempi, la cui sola corporatura incuteva rispetto; ci faceva paura persino nominarlo per via della sua leggendaria severità. Ci addentrammo nel cuore delle valli cuneesi — la val Maira, la val Varaita, la val Mala— in uno scenario d’altri tempi. Da un lato c’eravamo noi, con la cucina campale e il “CM” del vettovagliamento; dall’altro le compagnie operative che, fianco a fianco con i muli, inerpicavano gli obici fin sopra i passi di montagna più impervi. Ci si ricongiungeva solo la sera: stanchi, affamati, pronti a consumare la cena e a preparare le provviste per l’indomani.
Fu una settimana d’inferno anche per noi della logistica. Sette giorni senza vedere una doccia, passati a dormire alla meglio sul cassone del camion, stretti tra cassette di cipolle e aglio. Eppure, il momento più alto di quei dodici mesi arrivò proprio alla fine di quel campo, quando il Tenente Rondano si avvicinò per farci i complimenti per l’ottimo lavoro svolto. Una soddisfazione immensa, tanto enorme quanto inaspettata.
A distanza di anni, guardo a quei 12 mesi intensi come a un bagaglio inestimabile di esperienze condivise. Sotto la naja abbiamo imparato lezioni che la scuola non insegna: abbiamo imparato a convivere con sconosciuti, a collaborare nel momento del bisogno e a sopportare la fatica. Lì, in un periodo della vita già di per sé delicato e complesso, sospesi tra le fragilità dell’adolescenza e la faticosa ricerca del proprio posto nel mondo, abbiamo stretto amicizie destinate a non morire mai. Perché, in fondo, eravamo solo ragazzi, ma insieme stavamo diventando uomini.

Artigliere da montagna Mauro Roffino

 


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