Un episodio indimenticabile della mia naja

La mia naja non è certo stata faticosa e dolorosa, nessun eroismo e neanche imprese eccezionali, infatti racconto sempre, con un po’ di rammarico, che la montagna più alta che ho scalato, durante la naia, è stata Trinità dei Monti a Roma.
Proprio a Roma è successo l’episodio che racconto sempre molto volentieri e che mi ha lasciato un bellissimo ricordo.
Con altri tre commilitoni Alpini gironzolavamo nel grandissimo luna park, appunto di Roma, quando veniamo avvicinati da un signore molto elegante e gentile che vedendoci un po’ spaesati ci invita ad andare il giovedì o il sabato nella Sede degli Alpini di Roma in via Mazzini per trascorrere le serate in allegria e spensieratezza.
Accogliamo, un po’ increduli e scettici, l’invito di quel signore presentatosi come Generale degli Alpini in pensione e la sera del primo giovedì successivo ci rechiamo in quella Sede.
Una calorosa accoglienza ci ha messi subito a nostro agio, ci hanno sfamati con dei succulenti panini e dissetati con un ottimo vino dei Colli e poi tra racconti e canti la serata è stata fantastica.
Tutte le settimane, per i tre mesi trascorsi a Roma per un corso di artificiere, o al giovedì o al sabato abbiamo frequentato molto volentieri la sede e i soci Alpini con i quali si è instaurata una vera e propria amicizia. Tanto che, volendo fare una cena di saluti a fine corso, hanno insistito che si facesse da loro. Spargo la voce tra i miei commilitoni e riesco a convincere quasi tutti gli alpini del corso e, dal nostro comandante, riesco ottenere i permessi di fine spettacolo teatrale che voleva dire rientrare molto tempo dopo la ritirata. Ero felicissimo e pregustavo già la gustosa cena preparata dai soci Alpini di Roma, quando, tutti inquadrati per la libera uscita, arriva l’ordine di revocare tutti i permessi di fine spettacolo teatrale (misteri della Naja). Mi assale la rabbia, ma soprattutto la preoccupazione che avremmo avuto troppo poco tempo per consumare la cena.
Comunque ci rechiamo nella sede e, sempre più preoccupato, supplico i cuochi a velocizzare le portate, un vecio Alpino vedendomi così teso mi invita a seguirlo in ufficio e alzata la cornetta del telefono chiama l’ufficiale di picchetto della nostra caserma. “Sono il Generale tal dei tali, ho a cena da me una ventina di alpini che rientreranno in caserma quando lo decido io”. Una vampata di sollievo mi assalì, tornato in salone tranquillizzai i miei amici e la serata proseguì festosa con una grande abbuffata. Passata la mezzanotte, con le proprie auto, i soci della sede ci riaccompagnarono in caserma e il Generale in questione volle ancora offrirci il bicchiere della staffa nel bar di fronte, a patto che davanti al portone d’ingresso ci schierassimo inquadrati. Suonò alla porta e fece aprire il portone. Con lui in testa al gruppo, l’ufficiale di picchetto si trovò costretto a schierare la guardia e sul presentatarm entrammo in caserma come eroi al ritorno da una missione.
Salutammo e ringraziammo calorosamente il Generale nostro salvatore e me ne andai in branda con in cuore una grande gioia per aver trascorso una serata che non dimenticherò mai.

Alpino Francesco Bazzocchi


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