Vittorio Pozzo fu tra i soci fondatori del nostro Gruppo di Ponderano e lo si poteva incontrare spesso in paese durante le nostre festose adunate.
Il trentaduenne tenente del 3° Reggimento Alpini, Vittorio Pozzo, partì per la guerra nei primi giorni di giugno del 1915. Era l’allenatore del Torino, ma la Patria chiamava e lui rispose. Infilò nello zaino un paio di libri sul football che gli avevano regalato tempo prima, salutò la famiglia e promise alla madre: “Ci rivedremo“.
Una delle prime missioni da tenente, al comando di un battaglione di alpini, fu la conquista del Monte Nero, sulle Alpi Giulie. Pozzo guidò i suoi soldati con fermezza e con loro, durante la marcia, cantò: “Spunta l’alba del sedici giugno / comincia il fuoco d’artiglieria / il Terzo Alpini è sulla via / il Monte Nero a conquistar”.
Nelle trincee il tenente conobbe la durezza della vita e lesse nei volti dei suoi uomini la disperazione, la voglia di mollare tutto perché non c’erano nemmeno le pallottole per caricare i fucili. Condivise ogni attimo con i soldati, dall’alba al tramonto, ne comprese lo scoramento, li aiutò a superare la depressione e, forse, era pure d’accordo con loro quando ascoltava le critiche su alcune scellerate tattiche di battaglia. Però lui era un ufficiale, e sapeva che tra superiore e soldato ci doveva essere sempre una certa distanza: mai si lasciò andare a frasi contro i generali che mandavano allo sbaraglio interi reggimenti. Pozzo giocò il suo ruolo senza mai andare oltre, senza uscire dal campo che gli era stato assegnato.
Si ritirò dopo Caporetto, difese il Piave, attese con pazienza il momento opportuno per l’attacco e infine si lanciò nell’ultimo assalto. Lì imparò a conoscere il carattere degli italiani e, una volta diventato allenatore della Nazionale, i suoi giocatori li guardò negli occhi esattamente come aveva guardato i suoi soldati, e da loro pretese sempre lo stesso spirito di sacrificio e la stessa dedizione.
L’esperienza della guerra lo segnò profondamente; ne trasse un’ esperienza di rigore morale ed educazione alla modestia e all’essenzialità spartana della vita di trincea che applicò costantemente ai rapporti umani e nella sua professione sportiva tanto che Indro Montanelli scrisse di lui: “Pozzo aveva del calcio un concetto austero e da buon ufficiale degli alpini concepiva la squadra come un plotone che doveva obbedire ai suo ordini e affrontava la sua missione con piglio sacerdotale tanto che a parlare con lui di calcio era come confrontarsi col cardinal Martini sulla Bibbia.”
Leggenda vuole che negli spogliatoi, prima delle partite, Pozzo facesse cantare ai suoi ragazzi le strofe degli alpini e raccontava loro le imprese della Grande Guerra, ma lui smentì sempre, forse intuendo che se avesse alimentato questa diceria avrebbe contribuito a creare una macchietta di se stesso. Fatto sta che il suo modo di condurre il gruppo fu decisamente militaresco.
Prima dei Mondiali del 1938 organizzò un triplice ritiro per la Nazionale: a Cuneo, a Stresa e a Roveta, nei pressi di Firenze. Allenamenti duri, nessuno svago, tanto che Piola, un giorno, se ne lamentò e Pozzo, alla fine, concesse un pomeriggio libero ai suoi ragazzi: “Ma questa sera tutti in caserma alle otto”. Disse proprio così: in caserma. Seppe bilanciare una concezione militare del calcio con la capacità di far della sua squadra una famiglia, portandola a vincere due campionati mondiali consecutivi, nel 1934 e nel 1938; il calcio, per Pozzo, non era altro che una guerra in tempo di pace.
Il 10 Novembre del 1934 Vittorio Pozzo, insieme al primo Capogruppo Quinto Gianinetto ed ad alcuni soci, fondò il Gruppo Alpini di Ponderano; due anni dopo, nel 1936, Pozzo donò al gruppo il primo Gagliardetto.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Pozzo fu accusato di tutto: gli diedero del fascista, lui che non aveva mai avuto la tessera, e gli imputarono di essersi schierato dalla parte della Repubblica di Salò, quando invece collaborò con i partigiani come risultò dagli archivi. Il tenente Pozzo replicò alle menzogne e si difese a petto in fuori proprio come aveva fatto sul Piave: non era un santo, ma nemmeno un diavolo, era semplicemente un italiano, con tutti i pregi e i difetti che il ruolo comporta.
Il 27 Settembre del 2009, per volere del pronipote di Vittorio Pozzo, Piervittorio, il nostro gruppo è diventato il custode del cappello Alpino appartenuto al grande Vittorio. Era orgoglioso di appartenere agli Alpini perché avevano un profondo spirito di corpo ed erano orgogliosi di portare la lunga penna nera sul cappello.

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