1° marzo 1956, la mia chiamata alle armi

All’inizio del 1956 ricevetti la famosa “cartolina rosa” di chiamata alle armi, con l’ordine di presentarmi il 1° marzo alla caserma di Bra. Alla cartolina era allegato anche il biglietto ferroviario.
Così, il 1° marzo 1956 partii per Bra, dove si trovava il CAR, il Centro Addestramento Reclute. Venni assegnato alla prima compagnia, 4° plotone.
Ricordo bene le mattine: appena suonava la sveglia, balzavo fuori dal letto e correvo ai rubinetti per darmi una rapida lavata. Subito dopo mi precipitavo nel cortile per riempire la gavetta di caffè e prendere una pagnotta. Tutta quella fretta aveva uno scopo preciso: riuscire a rimettermi in coda e conquistare un’altra razione di caffè e pane.
Una volta alla settimana, al posto del caffè, veniva servita la cioccolata calda. In quelle occasioni non perdevo l’opportunità e mi mettevo in fila anche per il terzo giro.
Prima del rancio, un ufficiale assaggiava sempre un cucchiaio del cibo destinato alla truppa e il suo giudizio era immancabile: «ottimo e abbondante!». Devo dire che ho sempre condiviso quel parere: il cibo era davvero buono e le porzioni generose, forse anche grazie alla fame che ci portavamo dietro da quegli anni.
Non tutti, però, la vedevano allo stesso modo. Un nostro compagno di tavola, Ernesto, esaminava ogni piatto con grande sospetto, controllando, per esempio, che l’insalata fosse stata lavata a dovere. Quando ci accorgemmo della sua fissazione, iniziammo a scherzarci sopra: toccavamo l’insalata con un dito e fingevamo di aver trovato un verme. Ernesto, disgustato, la rifiutava… e noi ce la mangiavamo al suo posto. Finché un giorno capì il trucco: da quel momento smise di fare storie e iniziò a mangiare tutto come noi.
Un giorno ci consegnarono dei biglietti collettivi per un permesso. Nel mio gruppo c’erano Sergio di Chiavazza, Ermes e altri compagni.
Per il viaggio di ritorno verso Bra salimmo sul treno alla stazione della linea Biella–Santhià, di fronte ai giardini Zumaglini. Ermes aveva con sé un fiasco di vino rosso ed era già piuttosto euforico.
Arrivati a Santhià, cambiammo treno. C’era una folla eccezionale e, nella confusione generale, finimmo per perderci di vista. Scendemmo a Torino, ma di Ermes nessuna traccia. Lo cercammo lungo il treno, che lì terminava la corsa, senza trovarlo. Alla fine fummo costretti a proseguire verso Bra senza di lui.
Il giorno dopo, il tenente riunì tutta la compagnia e iniziò a rimproverarci duramente: un alpino, Ermes, non era rientrato in caserma. Aggiunse che, a causa di quell’episodio, non avrebbe più firmato permessi.
Dopo le consuete esercitazioni in piazza d’armi, al nostro rientro trovammo Ermes insieme al tenente e all’ufficiale di picchetto. Fu allora che venimmo a sapere cosa gli era successo.
A Santhià, sul treno, Ermes aveva trovato un piccolo spazio libero, si era rannicchiato e si era addormentato. Il convoglio, una volta arrivato a Torino, era poi ripartito su un’altra linea, diretto in Liguria. Al mattino, Ermes si svegliò riposato, con la sbornia ormai smaltita, e iniziò a cercarci. Non trovandoci, capì che non era più sera, ma mattina. Chiese l’ora e dove si trovasse il treno, rendendosi conto solo allora dell’accaduto.
Alla prima stazione utile scese e si rivolse al capostazione, raccontando tutto e chiedendogli di inviare un telegramma alla caserma di Bra per chiarire che non si trattava di diserzione, ma semplicemente di un imprevisto. Poco dopo arrivarono i carabinieri, che lo fecero salire sul primo treno diretto a Bra. Riuscì ad arrivare per mezzogiorno.
Non ricordo quale punizione ricevette quella volta, ma di certo i superiori furono piuttosto indulgenti. Da allora, comunque, Ermes non si concesse più distrazioni.

Alpino Giovanni Ceccon


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